«Tu sei di destra o di sinistra?» sembra che, prima di poter parlare di qualsiasi problema, dobbiamo rispondere a questa domanda. Come se una persona si potesse riassumere in una parola. Come se scegliere una parte significasse accettare tutto quello che quella parte dice e fa. Ma siamo persone, ciascuna con una vita, esperienze e bisogni diversi. Perché dovremmo pensare tutti nello stesso modo su ogni argomento? Posso volere ospedali pubblici che funzionano e meno tasse per chi lavora. Posso chiedere sicurezza e rispetto per le persone. Posso difendere le tradizioni del mio paese e la libertà di chi fa scelte diverse dalle mie. Devo
davvero scegliere una scatola e passarci dentro tutta la vita?
È umano avere dubbi, cambiare opinione, trovare una proposta giusta da una parte e una sbagliata dall’altra. Non dobbiamo chiedere il permesso a un partito per usare la nostra testa. Il sospetto che voglio mettere al centro è semplice, le etichette politiche, quando diventano una fede, servono soprattutto a tenerci divisi. Ci fanno scegliere un nemico tra persone che affrontano problemi simili ai nostri. La differenza di opinioni diventa una lite. La lite diventa odio. Alla fine siamo così impegnati a difendere la nostra parte da dimenticare di controllare chi abbiamo scelto per rappresentarci. Le bollette, però, arrivano a tutti. Le difficoltà di una famiglia non spariscono perché ha votato il partito vincente. Un ospedale che funziona serve anche a chi la pensa diversamente da noi. E allora perché dovremmo odiarci per una bandiera? La nostra critica riguarda proprio questo, una politica che alimenta lo scontro tra cittadini e lascia in secondo piano le domande più scomode. Dove vanno i soldi? Chi guadagna dalle decisioni? Chi ottiene incarichi e vantaggi?
Chi paga gli errori?
Chi mette gli interessi personali davanti a quelli delle persone può parlare di giustizia, libertà o sicurezza. Ma quelle parole vanno misurate con i fatti. Una promessa non riempie il frigorifero. Uno slogan non accorcia l’attesa per una visita. Un discorso contro gli avversari non risolve un problema. Per questo non basta sapere da quale parte arriva una decisione. Bisogna capire a chi serve. Il voto non è un giuramento di fedeltà. È una responsabilità affidata a qualcuno, che deve rispondere di come la usa. Finché difendiamo ogni scelta dei nostri rappresentanti, anche quando ci danneggia, rendiamo il loro lavoro fin troppo facile. Basta indicare un avversario, attribuirgli ogni colpa e ricominciare. Aprire gli occhi significa interrompere questa abitudine. Significa smettere di giustificare negli amici ciò che condanniamo negli altri. Significa fare la stessa domanda a tutti, che cosa hai fatto per migliorare la vita delle persone?
Per noi significa questo, poter decidere noi sardi quale futuro costruire nella nostra terra. Scegliere come usare le nostre risorse, come organizzare la sanità, come sostenere chi lavora, come gestire i rapporti con le imprese estere con l’unico obbiettivo di avere un tornaconto positivo per tutti i cittadini sardi e come dare ai nostri figli la possibilità di restare. Perché dovremmo limitarci a scegliere tra partiti che rispondono a decisioni e interessi stabiliti altrove? Perché il nostro futuro dovrebbe dipendere sempre dalle priorità di qualcun altro? Possiamo discutere tra noi, avere idee diverse e cercare soluzioni diverse. Ma dobbiamo poter prendere
quelle decisioni assumendocene la responsabilità.
L’indipendenza, da sola, non renderebbe onesto chi non lo è. Anche un politico sardo può difendere il proprio portafoglio invece della propria gente. Per questo dobbiamo pretendere più di una bandiera, conti pubblici chiari, decisioni spiegate e strumenti concreti per controllare chi governa. Nessuno dovrebbe sentirsi al sicuro dalle critiche soltanto perché parla in nome della Sardegna. Voglio poter chiedere conto a chi decide della nostra terra. Voglio che le esigenze di chi ci vive siano il punto da cui partire, anziché qualcosa da far entrare nei programmi scritti
altrove. Essere indipendenti significa anche smettere di aspettare qualcuno che venga a salvarci. Significa prepararci, organizzarci e costruire insieme le condizioni per governarci. Con tutte le difficoltà e le responsabilità che questo comporta. Prima di litigare ancora su chi sia più di destra o più di sinistra, chiediamoci quale Sardegna vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. E quanto siamo disposti a fare perché siano i sardi a sceglierne il futuro.
La Sardegna è casa nostra. Il suo futuro dobbiamo poterlo decidere noi.

