Questo articolo è volutamente critico e potrebbe risultare scomodo o suscitare reazioni contrastanti. Il mio intento, tuttavia, non è offendere nessuno, ma stimolare una riflessione libera, onesta e consapevole. Invito pertanto chiunque a leggerlo con spirito critico, mettendo da parte pregiudizi e appartenenze ideologiche, perché il confronto costruttivo nasce dalla capacità di mettere in discussione anche le proprie convinzioni, non soltanto quelle degli altri.
Indipendentista: una parola che dovrebbe avere un solo significato
Che cosa significa essere indipendentisti?
La domanda potrebbe sembrare banale. Eppure, osservando la politica sarda, la risposta appare tutt'altro che scontata. Per me l'indipendentismo ha un significato preciso, ossia "la volontà di liberare un popolo dalla subordinazione politica a uno Stato esterno, affinché possa decidere autonomamente il proprio destino."
Non significa semplicemente amare la propria terra, parlare la propria lingua, difendere le tradizioni o chiedere qualche competenza amministrativa in più. Tutte rivendicazioni legittime, certamente, ma che da sole non costituiscono un progetto indipendentista.
Essere indipendentisti significa riconoscere che la Sardegna debba poter aspirare a diventare un soggetto politico sovrano, capace di decidere del proprio territorio, delle proprie risorse e del proprio futuro. Significa soprattutto mettere questo obiettivo al centro della propria azione politica. Ed è qui che nasce il grande paradosso sardo. Come può un partito dichiararsi indipendentista e contemporaneamente affidare le proprie prospettive politiche alle coalizioni dei partiti dello Stato dal quale afferma di volersi rendere indipendente? Non è una domanda retorica. È una contraddizione che merita di essere affrontata con documenti, fatti e responsabilità politiche.
La Sardegna è una Regione a statuto speciale dal 1948. L'articolo 116 della Costituzione italiana le riconosce particolari condizioni di autonomia, ma autonomia e indipendenza sono due concetti diversi.
Una Regione autonoma esercita poteri che le sono riconosciuti all'interno di un ordinamento statale. Uno Stato indipendente esercita invece la propria sovranità, nel rispetto dei vincoli del diritto internazionale e degli accordi liberamente assunti.
In Sardegna, le scelte fondamentali in materia di difesa, moneta, politica estera e numerosi aspetti della fiscalità rimangono affidate allo Stato italiano.
L'indipendentismo mette in discussione proprio questo assetto. Quando parlo di colonizzazione della Sardegna, mi riferisco a un processo storico e politico di subordinazione e dipendenza, nel quale le decisioni strategiche riguardanti il territorio sardo non sono state determinate dalle comunità che lo abitano.
È necessario distinguere questa interpretazione politica da una qualificazione giuridica, la Sardegna non compare nell'elenco dei territori non autonomi sottoposti al processo di decolonizzazione delle Nazioni Unite. Questo, tuttavia, non impedisce di analizzare criticamente i rapporti di potere, le dipendenze economiche e i limiti dell'autogoverno.
Un esempio concreto riguarda le servitù militari. Nel Programma regionale di sviluppo 2014-2019, la stessa Regione Sardegna stimava che nell'Isola fosse concentrato circa il 65% della superficie nazionale interessata dalle servitù militari. Un successivo documento regionale del 2018 riportava una stima del 61% del complesso delle servitù militari italiane, considerando differenti tipologie di spazi militari. Rimane un interrogativo politico enorme, perché una quota così rilevante delle limitazioni territoriali legate alla difesa nazionale è stata concentrata in Sardegna? Quali benefici, quali costi e quale reale capacità decisionale sono riconosciuti alle comunità interessate? La stessa domanda riguarda le politiche industriali, l'energia, i trasporti, la tutela ambientale e la gestione delle risorse naturali. Anche l'Unione europea entra in questo ragionamento, condizionando decisioni economiche e amministrative nell'Isola attraverso norme e politiche comuni.
Per un indipendentista la questione, dunque, non è soltanto opporsi a Roma o Bruxelles ma è chiedere chi decide per la Sardegna, attraverso quali strumenti democratici e con quale responsabilità verso i sardi. Ricordiamoci che il principio di autodeterminazione dei popoli è riconosciuto dall'articolo 1 del Patto internazionale sui diritti civili e politici.
La contraddizione più evidente è scritta nei documenti stessi della politica sarda.
L'articolo 1 dello statuto del Partito Sardo d'Azione indica come finalità quella di affermare la sovranità del popolo sardo sul proprio territorio e condurre la nazione sarda all'indipendenza. Non si tratta di una interpretazione degli avversari. È un obiettivo formalmente dichiarato dal partito.
Eppure, dal 30 luglio 2018, negli atti ufficiali del Senato della Repubblica compare il gruppo parlamentare denominato Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione. L'alleanza è quindi un fatto documentato, non un sospetto. Nel 2019 Christian Solinas, esponente sardista, è stato eletto presidente della Regione con una coalizione comprendente la Lega e altri partiti del centrodestra italiano. Alle regionali del 2024 il PSd'Az ha sostenuto Paolo Truzzu insieme a Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia. Naturalmente un'alleanza elettorale non dimostra automaticamente l'abbandono dei propri principi. Un partito potrebbe considerarla uno strumento temporaneo per ottenere risultati, ma è proprio qui che diventa necessaria una verifica, quanti passi concreti verso la sovranità della Sardegna sono stati compiuti grazie a quelle alleanze? Quali competenze decisive sono state conquistate? Quale programma di autodeterminazione è stato realizzato? Quale percorso istituzionale verso l'indipendenza è stato effettivamente avviato? vi rispondo io, nessuno!
La questione non riguarda esclusivamente il PSd'Az, alle regionali del 2024, anche Liberu, formazione che nel proprio statuto si definisce anticoloniale e indipendentista, ha partecipato alla coalizione di Renato Soru, nella quale erano presenti anche forze politiche italiane come Azione e +Europa. È una scelta diversa dall'alleanza sardista con la Lega, ma dimostra quanto sia difficile, nella politica sarda, mantenere una linea elettorale completamente autonoma dagli schieramenti nazionali. Altre formazioni, come Sardigna Natzione Indipendentzia e iRS nella loro storia politica, hanno invece sviluppato una critica radicale alle alleanze con i partiti italiani. Alle regionali del 2024 Sardigna R-Esiste ha presentato una propria candidata alla presidenza, Lucia Chessa, senza entrare nelle tre principali coalizioni.
Le scelte sono differenti. Il risultato comune, però, è quello di un panorama frammentato, nel quale l'indipendentismo fatica a diventare una forza politica determinante. Il problema non è soltanto quanti indipendentisti esistano in Sardegna. È quanto l'indipendenza pesi realmente nelle decisioni dei partiti che la rivendicano.
Un problema ancora più profondo riguarda le divisioni tra gli stessi movimenti indipendentisti.
C'è chi si richiama al socialismo, chi a posizioni liberali, chi al nazionalismo democratico, chi al federalismo e chi a forme radicali di anticolonialismo.
Si discute della società da costruire, del modello economico, della collocazione internazionale, della distribuzione della ricchezza e dei rapporti con l'Unione europea. Tutte questioni importanti, ma esiste un problema di priorità. Se il fine comune è l'autodeterminazione del popolo sardo, perché trasformare le differenze ideologiche in ostacoli insuperabili prima ancora di avere costruito un percorso comune?
Uno Stato indipendente può conoscere, al proprio interno, partiti socialisti, liberali, conservatori, progressisti e ambientalisti. Le differenze politiche non sparirebbero con l'indipendenza, né dovrebbero sparire. Dovrebbero confrontarsi nelle istituzioni democratiche di quella nuova realtà. Perché allora pretendere che tutti gli indipendentisti condividano già oggi lo stesso modello economico e sociale? Questa difficoltà non è soltanto una percezione. Gli studi di scienza politica sul nazionalismo sardo hanno ricostruito decenni di divisioni, scissioni, riposizionamenti ideologici e conflitti sulle alleanze. Particolarmente interessante è la ricerca di Marcel A. Farinelli, pubblicata nel 2020 sulla rivista scientifica Small States & Territories dell'Università di Malta. Confrontando Sardegna e Corsica, l'autore evidenzia una differenza significativa, le formazioni nazionaliste corse hanno sviluppato una maggiore capacità di costruire alleanze tra autonomisti e indipendentisti senza affidarsi ai principali partiti francesi, mentre quelle sarde hanno storicamente cercato più spesso accordi con i partiti italiani. L'esempio corso non deve essere idealizzato, né nelle sue vicende storiche né nei suoi episodi di violenza politica. Ma dimostra che forze con prospettive differenti possono individuare un terreno comune sulla questione nazionale. In Sardegna, invece, troppe volte il dibattito si è concentrato sull'identità ideologica dei singoli movimenti prima ancora di costruire un progetto di autodeterminazione condiviso.
La conseguenza è un circolo vizioso, i movimenti restano piccoli, la loro debolezza li spinge verso alleanze esterne e quelle alleanze rendono sempre meno riconoscibile la finalità indipendentista.
La storia sarda contiene figure che, per ragioni molto diverse, hanno alimentato il dibattito sulla libertà, sull'identità e sul rapporto con lo Stato italiano. È importante ricordarle senza cancellare le differenze tra impegno culturale, militanza politica e vicende criminali.
Bainzu Piliu: prima dell'indipendenza politica, la dignità culturale
Gavino Bainzu Piliu, nato a Ozieri nel 1934, è una delle figure significative dell'indipendentismo e del movimento linguistico sardo del secondo Novecento.
Docente universitario di chimica, nel 1976 fondò il Fronte per l'Indipendenza della Sardegna. Nello stesso periodo si impegnò nella valorizzazione della lingua sarda, arrivando a promuoverne l'impiego nell'insegnamento universitario e nella redazione di tesi di laurea bilingui tra il 1981 e il 1982.
Nel 1982 fu arrestato nell'ambito di una vicenda giudiziaria legata ad accuse di cospirazione contro lo Stato e successivamente condannato. Raccontò la propria esperienza nel libro Cella n. 21. La sua esperienza mette in luce un aspetto fondamentale, l'indipendenza non può essere soltanto una questione di confini, ma riguarda anche la dignità culturale e linguistica di un popolo.
La lingua sarda ha ottenuto un esplicito riconoscimento nell'ordinamento italiano con la legge 482 del 1999, dopo decenni di battaglie, ma il riconoscimento formale di una lingua non coincide ancora con la sua piena vitalità sociale. Il contributo di Piliu richiama una responsabilità che nessun indipendentista dovrebbe ignorare, non si può rivendicare la sovranità di un popolo e contemporaneamente trascurare gli strumenti attraverso i quali quel popolo trasmette la propria identità.
Doddore Meloni: il significato estremo della protesta
Salvatore Doddore Meloni ha rappresentato un'altra stagione dell'indipendentismo sardo. Leader di movimenti come PAR.I.S. e Meris in Domu Nostra, nel 2008 promosse la proclamazione simbolica della Repubblica di Malu Entu, sull'isola di Mal di Ventre. La sua vicenda è segnata anche da condanne penali. Nel 2017 entrò in carcere per scontare pene relative a reati fiscali, contestando la legittimità della propria detenzione e definendosi prigioniero politico. Avviò uno sciopero della fame che proseguì per oltre due mesi. Morì il 5 luglio 2017, dopo il ricovero in ospedale.
L'Unione delle Camere Penali, con il proprio Osservatorio Carcere e la Camera Penale di Cagliari, richiamò pubblicamente la responsabilità dello Stato nella tutela della salute delle persone detenute.
Ricordare Meloni non significa trasformare automaticamente ogni sua vicenda giudiziaria in una persecuzione politica. Significa riconoscere che la sua storia ha posto drammaticamente al centro il rapporto tra coscienza politica, protesta individuale, giustizia e diritti fondamentali.
La Sardegna non ha bisogno dell'ennesimo simbolo, dell'ennesima sigla o di un altro movimento che proclami l'indipendenza per poi competere con gli altri indipendentisti, la Sardegna ha bisogno di un progetto comune. Un progetto che non richieda di cancellare le differenze tra partiti, ma che stabilisca chiaramente quali siano gli obiettivi prioritari condivisi.
Per esempio:
Riconoscimento dell'autodeterminazione come obiettivo politico comune, distinguendo le rivendicazioni di maggiore autonomia dalla prospettiva dell'indipendenza.
Costruzione di un fronte indipendentista riconoscibile, con accordi trasparenti e una strategia autonoma rispetto alle convenienze dei partiti nazionali.
Difesa del territorio, della lingua, delle risorse e degli interessi economici sardi, accompagnata da proposte verificabili.
Elaborazione di un percorso democratico e giuridicamente serio, che tenga conto degli ostacoli costituzionali, della volontà dei cittadini e delle condizioni economiche e internazionali di una eventuale indipendenza.
Accettazione del pluralismo politico, riconoscendo che essere indipendentisti non obbliga a essere tutti socialisti, liberali, conservatori o progressisti.
Nessuno dovrebbe pretendere di cancellare la propria identità politica, ma nessuno dovrebbe neppure considerarla più importante dell'obiettivo comune che dichiara di perseguire. Esiste, inoltre, una questione democratica fondamentale, non tutti i sardi desiderano necessariamente l'indipendenza. Un progetto serio non può presumere di rappresentare automaticamente l'intero popolo. Deve conquistarne il consenso attraverso argomenti, programmi, credibilità e risultati.
La Corte costituzionale italiana, con la sentenza 118 del 2015 relativa al Veneto, ha dichiarato illegittima una legge regionale che prevedeva un referendum consultivo sull'indipendenza. Questo mostra la complessità del quadro giuridico attuale.
L'indipendenza, quindi, non può essere promessa come se bastasse organizzare una votazione regionale per ottenerla, ma servono preparazione istituzionale, competenza economica, conoscenza del diritto, capacità diplomatica e soprattutto una legittimazione democratica ampia, altrimenti il rischio è continuare a rivendicare una libertà senza avere mai costruito gli strumenti necessari per perseguirla.
È facile attribuire ogni responsabilità allo Stato italiano o alle istituzioni europee.
Molto più difficile è riconoscere le responsabilità delle classi dirigenti sarde e degli stessi movimenti indipendentisti. Perché nessuna struttura di potere esterna potrebbe condizionare allo stesso modo la politica sarda se esistesse una forza interna compatta, credibile e capace di rappresentare gli interessi del territorio con continuità. Non si tratta di sostenere che tutti i problemi della Sardegna dipendano dalle divisioni indipendentiste, sarebbe una semplificazione, ma se chi rivendica la sovranità non riesce a costruire neppure un fronte politico comune, come può convincere una popolazione a sostenere un progetto ancora più complesso, quale la costituzione di uno Stato?
Se le elezioni vengono affrontate inseguendo alternativamente il centrodestra italiano, il centrosinistra italiano o piccole coalizioni alternative, quale spazio resta per una proposta nazionale sarda autonoma?
E soprattutto, quando l'indipendenza diventerà più importante dei risultati elettorali immediati, delle leadership personali e delle rivalità tra organizzazioni?
Queste sono domande che dovrebbero essere rivolte prima di tutto agli indipendentisti, non soltanto ai loro avversari.
La Sardegna possiede una storia, una cultura, una lingua, un territorio e una propria identità collettiva, ma tutto questo, da solo, non produce automaticamente l'indipendenza e neppure una maggioranza favorevole all'indipendentismo.
Per costruire un progetto di autodeterminazione serve una coscienza politica capace di trasformarsi in organizzazione, consenso e azione. Occorre smettere di considerare l'indipendentismo una semplice etichetta da esibire in campagna elettorale. Occorre avere il coraggio di chiedere conto ai partiti delle loro scelte, soprattutto quando quelle scelte sembrano contraddire le finalità proclamate e occorre che le forze realmente indipendentiste riconoscano un principio essenziale, le differenze ideologiche devono arricchire il confronto democratico, non impedire a priori la costruzione di un obiettivo condiviso.
Non serve che tutti i sardi la pensino allo stesso modo. Serve che chi sostiene l'indipendenza sia in grado di costruire una prospettiva comune, sottoporla al giudizio della popolazione e assumersi la responsabilità di realizzarla.
Perché un partito che inserisce l'indipendenza nello statuto ma la subordina sistematicamente alle convenienze di altri partiti deve almeno spiegare come quelle scelte avvicinino il risultato promesso.
Un movimento che preferisce rimanere isolato pur di non confrontarsi con gli altri indipendentisti deve spiegare come quell'isolamento possa giovare alla causa.
La libertà di un popolo non dovrebbe essere proprietà esclusiva di una sigla, di un leader o di un'ideologia. Fino a quando l'indipendentismo sardo continuerà a essere diviso tra appartenenze, rivalità e alleanze contraddittorie, rischierà di rimanere una grande aspirazione senza una forza politica proporzionata.
La domanda finale, allora, non è soltanto se la Sardegna possa diventare indipendente, è se chi oggi si proclama indipendentista sia realmente disposto a mettere l'indipendenza davanti a tutto il resto.

