Non riesco a credere che un sardo non ami la propria terra. Non riesco a credere che chi è nato in Sardegna, chi ha respirato il profumo della macchia mediterranea, chi è cresciuto tra le nostre campagne, il nostro mare e le nostre montagne, possa considerare normale vedere parti di quest'isola compromesse da decenni di attività industriali e minerarie. E soprattutto non riesco a credere che un padre, una madre, un nonno, una nonna possano guardare i propri figli negli occhi senza chiedersi quale Sardegna stiamo lasciando loro. Una terra da amare soltanto nelle fotografie delle vacanze. Un territorio da ricordare con nostalgia quando si è costretti a partire per cercare lavoro. Una terra dalla quale estrarre ricchezza, lasciando ad altri il compito di affrontare le conseguenze. La Sardegna non può continuare a vivere di promesse industriali mentre una parte del suo patrimonio ambientale aspetta ancora di essere risanata. La domanda che dobbiamo iniziare a porci è molto semplice, perché non trasformiamo il recupero della nostra terra in una delle più grandi opportunità di lavoro, ricerca e sviluppo economico della Sardegna?

Partiamo dai fatti. Il Sulcis Iglesiente Guspinese e le aree industriali di Porto Torres sono riconosciuti come Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche. Questo significa che esistono aree con problematiche ambientali tali da richiedere interventi e procedure di competenza nazionale. Non stiamo quindi parlando di paure inventate, ma di criticità riconosciute dalle istituzioni. A Iglesias, nella Valle del Rio San Giorgio, decenni di attività mineraria hanno lasciato scavi, discariche minerarie e grandi quantità di residui. L'11 agosto 2026 la Regione Sardegna ha comunicato un investimento complessivo superiore a 107 milioni di euro per il programma di intervento, che comprende la messa in sicurezza di oltre un milione di metri cubi di residui minerari. Il primo lotto è arrivato alla pubblicazione della gara il 4 agosto 2026, dopo quattordici anni di percorso amministrativo, progettuale e autorizzativo. Quattordici anni! Un bambino nato quando è iniziato quel percorso oggi è un adolescente! Quanti anni deve aspettare una comunità prima di vedere concretamente recuperato il proprio territorio?

A Montevecchio Ponente, nel febbraio 2026, è stato trasmesso un progetto di risanamento dal costo stimato di circa 40 milioni di euro. La Regione ha indicato 26,8 milioni disponibili nell'ambito dell'Accordo per la Coesione, oltre a 1,2 milioni per specifiche attività di indagine a Casargiu. Anche Porto Torres è interessata da procedure di risanamento. Nel giugno 2026 la Giunta regionale ha approvato uno schema di accordo di programma riguardante gli interventi di messa in sicurezza e bonifica delle aree comprese nel sito nazionale. Sono iniziative importanti, ma un progetto presentato, una somma stanziata e una bonifica conclusa sono tre cose diverse. Il territorio ha bisogno di risultati verificabili, non soltanto di annunci.

Vogliamo sapere quanto suolo è stato effettivamente risanato, quali contaminanti sono stati ridotti, quante persone lavorano negli interventi e quali aree potranno essere nuovamente utilizzate in sicurezza. Ogni volta ci viene raccontata la bella notizia di un finanziamento stanziato, di un progetto approvato, di un intervento annunciato. Poi cala il silenzio. L'attenzione si sposta altrove e nessuno racconta con la stessa enfasi quanto sia stato realmente realizzato, quanti soldi siano stati effettivamente spesi e quali risultati siano stati ottenuti. Ci mostrano l'annuncio come fosse già un risultato, mentre il risultato vero dovrebbe essere una terra finalmente risanata. E intanto passano gli anni, cambiano le amministrazioni, si susseguono le promesse e i territori continuano ad aspettare. Dobbiamo smettere di applaudire chi annuncia e iniziare a pretendere risposte da chi ha il dovere di realizzare. Perché i comunicati non bonificano i terreni, le conferenze stampa non eliminano gli inquinanti e le promesse non restituiscono salute e futuro ai nostri figli.

C'è un argomento che dovrebbe venire prima di qualsiasi discussione economica, la salute.

Il progetto SENTIERI, coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità, studia le condizioni di salute delle popolazioni residenti nei principali territori italiani interessati da contaminazione ambientale. Le analisi scientifiche condotte nel sito del Sulcis Iglesiente Guspinese hanno evidenziato un eccesso di rischio per alcune patologie respiratorie, tali risultati costituiscono un segnale sanitario che le istituzioni hanno il dovere di considerare. E allora perché la salute non diventa il primo indicatore con cui valutiamo ogni scelta industriale? Perché continuiamo a parlare soprattutto di investimenti annunciati, posti di lavoro promessi e grandi infrastrutture, senza pretendere con la stessa insistenza dati ambientali e sanitari accessibili a tutti? Un posto di lavoro è dignità, ma la dignità del lavoro comprende anche il diritto di operare in condizioni sicure e di vivere in un territorio tutelato.

Nessun lavoratore dovrebbe essere messo nella condizione di scegliere tra lo stipendio e la salute della propria famiglia.

Esiste una possibilità poco discussa nel dibattito pubblico, l'impiego di piante per ridurre i rischi associati alla contaminazione dei terreni. Queste tecniche vengono chiamate fitobonifica e comprendono processi differenti, tra cui l'assorbimento di sostanze contaminanti e la loro stabilizzazione nel suolo. Una delle piante studiate è la Cannabis sativa L., comunemente conosciuta come canapa industriale.

Uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica Chemosphere ha analizzato nove varietà di canapa coltivate in terreni fortemente contaminati da rame, arsenico, cadmio e piombo. La ricerca ha mostrato che alcune varietà riescono a crescere anche in condizioni difficili e che una parte consistente dei metalli assorbiti rimane concentrata nelle radici. Quando i contaminanti restano principalmente nelle radici, la pianta può contribuire alla stabilizzazione del terreno, limitando alcuni rischi di dispersione, ed è proprio qui nasce un'opportunità. Perché la Sardegna non dovrebbe diventare un territorio europeo di ricerca applicata sulla fitobonifica, sperimentando canapa, piante autoctone e altre specie selezionate scientificamente? Non servono centinaia di ettari coltivati alla cieca, servono progetti pilota autorizzati, terreni caratterizzati, controlli indipendenti, risultati pubblici e confronti economici con le altre tecnologie di risanamento. La ricerca deve essere al servizio della Sardegna!

Un progetto europeo chiamato GOLD, finanziato attraverso Horizon 2020, ha sperimentato colture energetiche su terreni contaminati da metalli pesanti. Tra le specie analizzate figuravano canapa, sorgo, miscanto e panico verga. Nei risultati del progetto il sorgo si è rivelato particolarmente promettente, combinando una buona produzione di biomassa con capacità di assorbimento di alcuni metalli. Sono state sperimentate anche tecnologie per trasformare la biomassa, concentrando i metalli in residui solidi da gestire separatamente. Questo significa che la ricerca sta esplorando un modello nel quale il recupero ambientale può essere collegato a nuove attività produttive. Perché la Sardegna dovrebbe rimanere soltanto un territorio nel quale sperimentare nuove industrie, invece di diventare anche un luogo dove sviluppare tecnologie per riparare i danni ambientali?

Le bonifiche costano. I dati della Valle del Rio San Giorgio e di Montevecchio mostrano che gli interventi più complessi possono richiedere decine di milioni di euro. La fitobonifica, in determinate condizioni, può avere costi operativi inferiori rispetto a tecniche che richiedono grandi movimentazioni di terreno. Il costo reale dipende dalla profondità interessata, dalla concentrazione degli inquinanti, dalla disponibilità d'acqua, dalle analisi, dalle attrezzature, dai tempi e dalla gestione dei materiali contaminati. C'è un costo che raramente entra nelle discussioni, quanto costa continuare a non intervenire? Quanto vale un terreno che rimane inutilizzabile? Quanto pesa sull'economia locale un patrimonio naturale compromesso? Quali attività agricole, artigianali e turistiche potrebbero nascere in aree recuperate e certificate come sicure? Quanto costa perdere giovani qualificati che potrebbero lavorare nel risanamento, nella ricerca ambientale e nella gestione sostenibile delle risorse? Possiamo pretendere che ogni progetto di bonifica presenti, accanto ai costi, una valutazione dei benefici ambientali, sanitari e occupazionali. Continuare a lasciare questi territori abbandonati significa pagare un prezzo ogni giorno. Terreni sottratti all'economia, imprese che non nascono, posti di lavoro che non vengono creati, giovani costretti a cercare altrove un futuro e un patrimonio ambientale che continua a perdere valore. Una bonifica richiede un investimento, ma restituisce alla collettività un territorio, nuove opportunità economiche e la possibilità di costruire un futuro. L'abbandono, invece, genera perdite che si accumulano anno dopo anno, senza produrre alcun beneficio. E quando ai costi ambientali aggiungiamo quelli sanitari, economici e sociali, diventa evidente quanto sia pesante il prezzo dell'immobilismo. Il vero spreco di denaro pubblico non è investire per risanare la nostra terra. È continuare a lasciare che perda valore, mentre intere generazioni pagano le conseguenze di ciò che non è stato fatto. Perché bonificare significa investire nel futuro della Sardegna. Non intervenire significa continuare a pagare per distruggerlo.

Per decenni ci hanno raccontato che per creare occupazione fosse necessario sacrificare una parte del nostro territorio. Abbiamo visto nascere grandi insediamenti industriali, sfruttare risorse naturali e promettere sviluppo. Oggi ci ritroviamo con aree contaminate, attività produttive in crisi, territori da recuperare e giovani che continuano a lasciare l'isola per costruirsi un futuro. Abbiamo dato tanto alla produzione industriale, ma quanto di quella ricchezza è rimasta realmente nelle mani dei sardi? È arrivato il momento di cambiare prospettiva. La bonifica non deve essere considerata soltanto un intervento per riparare i danni del passato. Deve diventare il punto di partenza di un'economia capace di creare lavoro, recuperare risorse e restituire valore ai territori e soprattutto dobbiamo smettere di pensare che lo sviluppo della Sardegna debba dipendere necessariamente dalle decisioni di grandi gruppi industriali o da progetti calati dall'alto. Le risorse sono qui. La terra è nostra. Le competenze esistono. La ricchezza prodotta deve finalmente rimanere, per quanto possibile, nelle nostre comunità. Pensiamo a quante professionalità servono per risanare un territorio. Geologi, chimici, biologi, agronomi, tecnici ambientali, operatori specializzati, imprese edili, laboratori di analisi, professionisti della gestione delle acque e del monitoraggio ambientale. Non parliamo soltanto di occupazione temporanea. Una politica seria di recupero ambientale richiede attività pluriennali, controlli, manutenzione, ricerca e nuove tecnologie. Perché non costruire una rete di imprese sarde specializzate proprio in queste attività? Perché non investire nella formazione dei nostri giovani, nella riqualificazione dei lavoratori delle industrie in crisi e nella collaborazione tra università, centri di ricerca e aziende del territorio? Chi ha trascorso una vita a lavorare nelle miniere e negli stabilimenti industriali non deve essere abbandonato. Le sue competenze possono contribuire a recuperare proprio quei territori che hanno sostenuto la nostra economia per generazioni.

Continuo a farmi una domanda. Come possiamo essere così orgogliosi della nostra identità, della nostra storia, delle nostre tradizioni e poi rassegnarci quando una parte della nostra terra viene compromessa? Come possiamo parlare di amore per la Sardegna e non pretendere che il suo territorio venga protetto con la stessa determinazione con cui difendiamo la nostra cultura? Amare la Sardegna significa anche informarsi! Significa leggere i documenti, conoscere i problemi, chiedere conto delle promesse, partecipare alle decisioni e pretendere risultati.

Significa comprendere che il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti dipende anche dalle scelte che facciamo oggi. Non possiamo continuare a lasciare loro problemi irrisolti aspettandoci che siano sempre le generazioni successive a trovare una soluzione. Dobbiamo imparare da quella storia, dobbiamo utilizzare le competenze accumulate per costruire nuove attività, capaci di generare ricchezza senza compromettere le risorse da cui dipendiamo. La vera ricchezza di un territorio non si misura soltanto dal valore degli impianti industriali che ospita, si misura anche dalla qualità dell'acqua, dalla sicurezza dei terreni, dalla salute delle persone, dalle opportunità offerte ai giovani e dalla possibilità di costruire un futuro senza essere costretti ad abbandonare la propria casa. Non voglio una Sardegna che debba scegliere tra avere lavoro e avere salute. Voglio una Sardegna nella quale proteggere la terra diventi un lavoro, una competenza, una possibilità di impresa e una fonte di ricchezza per le comunità. Abbiamo conoscenze scientifiche da utilizzare, competenze professionali da valorizzare, esperienze europee da studiare e risorse pubbliche da impiegare con responsabilità. Abbiamo soprattutto un territorio che merita attenzione e rispetto. Ai sardi chiedo di non abituarsi, non abituiamoci alle bonifiche che sembrano non finire mai, non abituiamoci a vedere i nostri giovani partire, non abituiamoci all'idea che un territorio debba sacrificare una parte del proprio ambiente per poter lavorare e non abituiamoci a considerare inevitabile ciò che può essere cambiato. La Sardegna non è soltanto la terra che abbiamo ricevuto da chi è venuto prima di noi, è la terra che abbiamo il dovere di consegnare a chi verrà dopo. E il momento di prendercene cura è adesso!