Domenica 25 ottobre 2026 ho partecipato alla manifestazione contro il progetto del data center previsto nel territorio di Nuraxi Figus, presso il complesso minerario della Carbosulcis. Sono tornato a casa con una sensazione difficile da mandare giù. Una sensazione che conosco fin troppo bene e che, manifestazione dopo manifestazione, diventa sempre più pesante.

Eravamo troppo pochi.

Troppo pochi rispetto all'importanza di ciò che si sta decidendo. Troppo pochi rispetto alla storia di questo territorio. Troppo pochi rispetto al numero di persone che qui vivono, lavorano, crescono figli e sperano un giorno di vedere crescere anche i propri nipoti. A colpirmi è stata soprattutto la scarsa presenza delle persone del posto. E mentre ascoltavo gli interventi dei vari movimenti, continuavo a farmi una domanda. Dove sono i sardi quando si decide il futuro della loro terra? Non riesco a credere che un sardo non ami il luogo in cui è nato. Non riesco a credere che un padre, una madre, un nonno possano essere indifferenti alla salute dei propri figli e nipoti. Non riesco a credere che abbiamo smesso di riconoscere il valore della terra che ci ha dato la vita. Eppure, quando arriva il momento di esserci, troppo spesso le piazze raccontano una storia diversa.

Parliamo di un territorio che conta circa 118 mila abitanti, distribuiti in 24 comuni.

E' una delle comunità più importanti della Sardegna, con una storia industriale che ha lasciato segni profondi nell'economia, nel paesaggio e nell'ambiente.

Qui si sono susseguite attività minerarie, metallurgiche ed energetiche. Intere generazioni hanno lavorato nelle miniere e negli stabilimenti. Famiglie hanno costruito la propria esistenza attorno a quelle attività, pagando spesso un prezzo altissimo in termini di sacrifici e incertezze. E il problema ambientale non è una fantasia di qualche ambientalista. Esiste un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche denominato Sulcis Iglesiente Guspinese, riconosciuto dallo colonizzatore Stato italiano.

Nel Piano regionale delle bonifiche del 2018, la Regione Sardegna ha documentato, per il territorio di Portoscuso, frequenti e diffusi superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione per diverse specie metalliche nei terreni analizzati, soprattutto negli strati superficiali. Sono risultati di indagini ambientali ufficiali.

Nel 2024, il rapporto ARPAS sulla qualità dell'aria ha rilevato una situazione entro i limiti normativi per gli inquinanti monitorati nell'area di Portoscuso. Lo stesso documento ricostruisce però anni nei quali le concentrazioni di cadmio hanno superato i valori obiettivo, mostrando un miglioramento negli anni più recenti.

La distinzione è importante. I dati sulla qualità dell'aria di un determinato anno non cancellano la contaminazione storica dei suoli e non sostituiscono le verifiche sulle altre matrici ambientali. Anche sul fronte sanitario esistono elementi che meritano attenzione. Uno studio pubblicato nel 2023 sugli Annali dell'Istituto Superiore di Sanità, che esamina anche i risultati del progetto epidemiologico SENTIERI, segnala per il sito Sulcis Iglesiente Guspinese eccessi di rischio relativi alle malattie respiratorie negli indicatori di mortalità e ospedalizzazione analizzati, per entrambi i sessi. Questi risultati richiedono approfondimenti scientifici sulle diverse possibili cause, comprese le esposizioni ambientali e professionali. La salute di una popolazione non può essere trattata come un argomento secondario da affrontare soltanto quando qualcuno torna a protestare. Nel febbraio 2024 la Regione ha pubblicato un bando con una dotazione di 80 milioni di euro per interventi di bonifica e riutilizzo di aree del Sulcis Iglesiente. Nell'ottobre 2025, Stato e Regione hanno firmato un protocollo per accelerare le procedure di bonifica del SIN.

Sono atti ufficiali che dimostrano quanto il problema ambientale sia concreto e ancora oggetto di interventi.

E allora vorrei chiedere a tutti noi quanti altri anni debbano passare prima che la bonifica del territorio diventi una priorità permanente, anziché una promessa da ripetere periodicamente?

Oggi, a Nuraxi Figus, si parla di intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, energia rinnovabile e riconversione industriale.

Il progetto Digital Vault Sulcis, promosso da Energy Vault con il coinvolgimento di Carbosulcis e il sostegno della Regione Sardegna, prevede un polo tecnologico dedicato all'intelligenza artificiale e al cloud computing, quindi datacenter.

La società promotrice descrive uno sviluppo per fasi, con una prima infrastruttura di circa 30 megawatt e una potenza complessiva del sito che potrebbe superare i 100 megawatt. Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei Ministri ha dichiarato il progetto di preminente interesse strategico nazionale.

Ma strategico per chi?

Per il Governo italiano, certamente, che gli ha attribuito questo riconoscimento. Per l'azienda che intende realizzarlo, evidentemente o per la Regione Sardegna che ha necessità di tappare buchi a destra e a manca?

E per chi abita a Nuraxi Figus, Gonnesa, Carbonia, Iglesias e nel resto del Sulcis Iglesiente? Quali benefici concreti resteranno nel territorio? Quanti posti di lavoro stabili e qualificati saranno creati? Quali saranno il fabbisogno energetico effettivo e quello idrico? Quali sistemi di raffreddamento verranno utilizzati? Quali saranno gli effetti ambientali e quali verifiche indipendenti saranno previste?

Quali risorse pubbliche saranno impegnate e quali garanzie saranno offerte alla popolazione? Sono domande che richiedono progetti completi, numeri verificabili, studi e impegni formalizzati.

Un data center non diventa automaticamente dannoso perché è un data center. Ma non diventa neppure automaticamente sostenibile perché qualcuno lo presenta come tecnologico, innovativo o alimentato da energia rinnovabile.

La transizione industriale si misura con risultati verificabili, non con gli aggettivi dei comunicati stampa. Dopo decenni di grandi promesse, questa terra ha il diritto di conoscere tutto prima che le decisioni diventino irreversibili.

C'è però un'altra questione che voglio affrontare, perché continuare a ignorarla significa contribuire al problema. Durante la manifestazione ho ascoltato diversi interventi. Ho riconosciuto la passione e l'impegno di persone che dedicano tempo ed energie alla difesa della Sardegna. Alcuni movimenti, a mio giudizio, hanno dimostrato una capacità di comunicare più concreta, vicina alle persone e sopratutto in linea su quello che si doveva discutere in quel momento.

Ma in molti altri interventi ho sentito ancora una volta un linguaggio che assomiglia troppo a quello della politica tradizionale. Discorsi lunghi, toni da comizio, dichiarazioni solenni, formule ripetute e parole che sembrano preparate per conquistare consenso. A tratti avevo la sensazione di assistere a una campagna elettorale. Mi sono chiesto quanto tutto questo riesca davvero ad arrivare a un lavoratore, a una madre preoccupata, a un pensionato, a un ragazzo che pensa di lasciare l'isola perché non trova un futuro.

Se vogliamo coinvolgere il popolo sardo, dobbiamo smettere di parlare come se ogni incontro fosse un palco politico.

Le persone hanno ascoltato promesse per decenni. Hanno visto amministrazioni cambiare, aziende arrivare, attività chiudere, posti di lavoro scomparire e progetti essere presentati come occasioni irripetibili. È comprensibile che davanti all'ennesimo discorso solenne qualcuno finisca per pensare di trovarsi di fronte alla solita ricerca di consenso. Non basta avere ragione nel merito di una battaglia. Bisogna saper spiegare perché quella battaglia riguarda la vita quotidiana delle persone. Bisogna andare nei paesi, parlare nelle piazze, incontrare i cittadini, ascoltare le paure di chi teme di perdere il lavoro e le preoccupazioni di chi teme di vivere in un ambiente compromesso. Servono incontri nei quali si possano porre domande, esaminare documenti, confrontare dati e decidere insieme quali azioni intraprendere. Bisogna accettare anche il confronto con chi non condivide le nostre idee. Una comunità non si risveglia applaudendo un oratore. Comincia a cambiare quando le persone acquisiscono conoscenze, strumenti e voglia di partecipare.

La mia posizione sulla Sardegna è chiara.

Considero il rapporto storico e politico tra la nostra isola e lo Stato italiano profondamente squilibrato, segnato da dinamiche che ritengo coloniali.

Credo che la Sardegna debba conquistare la piena autodeterminazione e arrivare all'indipendenza, proprio per questo penso che dobbiamo cambiare profondamente il modo di comunicare. L'indipendenza non può diventare una parola da pronunciare davanti alle stesse persone già convinte. Non può ridursi a una bandiera agitata durante una manifestazione, né all'ennesimo discorso contro Roma. Deve diventare una prospettiva comprensibile anche per chi oggi non si considera indipendentista.

Autodeterminazione significa poter decidere come utilizzare il proprio territorio, quale modello economico costruire, come produrre energia, come proteggere l'acqua, come garantire salute e lavoro e quale futuro lasciare alle generazioni successive. Significa avere il potere di scegliere e la responsabilità delle proprie scelte. Il rapporto con lo Stato italiano è per me una questione politica fondamentale, ma la libertà che rivendichiamo deve essere sostenuta anche da una società capace di partecipare e di esercitare il controllo democratico. Non possiamo chiedere una Sardegna libera e poi lasciare che siano sempre gli altri a occuparsi delle decisioni che riguardano casa nostra. La battaglia per l'autodeterminazione deve partire anche da Nuraxi Figus, dalle bonifiche mai completate, dalle condizioni dei lavoratori, dai servizi pubblici, dalla salute e dall'energia. Deve entrare nelle case e diventare una questione concreta, non restare confinata nei discorsi degli attivisti.

È facile arrabbiarsi con la politica, con le aziende e con lo Stato, molto più difficile è guardare dentro la nostra stessa comunità. Io continuo a chiedermi perché a una manifestazione che riguarda il futuro di un territorio così importante partecipino così poche persone. Non conosco le ragioni di ogni assenza. C'è chi lavora, chi ha problemi familiari, chi non può spostarsi e chi ha perso fiducia dopo anni di battaglie che sembrano non produrre risultati, ma esiste anche una rassegnazione che dobbiamo trovare il coraggio di affrontare. Quella convinzione secondo la quale tanto decidono sempre gli altri, tanto non cambia niente, tanto la nostra presenza non serve. È una convinzione che rischia di diventare una condanna collettiva. Perché quando smettiamo di partecipare, altri continuano legittimamente a decidere attraverso gli strumenti e i poteri di cui dispongono. E noi perdiamo la possibilità di far sentire la nostra voce quando conta. Mi rivolgo soprattutto a chi ama questa terra ma continua a restare distante dalle questioni che ne determinano il futuro.

Che cosa dobbiamo aspettare ancora?

Che venga presentato un altro grande progetto? Che si apra l'ennesima vertenza industriale? Che trascorrano altri dieci anni prima di capire se una bonifica è stata davvero completata? Abbiamo ereditato una terra straordinaria, con un patrimonio naturale, culturale e umano che merita molto più della rassegnazione. Nessuno ci chiede di diventare tutti ambientalisti, indipendentisti o militanti, ci viene chiesto qualcosa di più semplice e di più importante, essere cittadini presenti.

Leggere i documenti, pretendere spiegazioni, partecipare alle assemblee, chiedere conto agli amministratori, sostenere chi lavora seriamente per il territorio e vigilare sulle decisioni che riguardano i beni comuni. La difesa della Sardegna non può essere delegata a poche decine di persone.

Questa è la domanda che più di tutte vorrei entrasse nelle case dei sardi. Quando i nostri figli e nipoti saranno adulti, che cosa racconteremo loro? Che abbiamo visto trasformarsi il territorio e abbiamo preferito non informarci? Che abbiamo lasciato ad altri la responsabilità di scegliere perché eravamo stanchi di ascoltare sempre le stesse parole? Che conoscevamo i problemi ambientali del passato ma non abbiamo trovato la forza di pretendere una risposta per il futuro?

Io non voglio rassegnarmi a questa prospettiva.

Credo che in Sardegna esista ancora un legame profondo con la terra, con i paesi, con il mare, con le campagne e con la memoria di chi ci ha preceduto. Ma quel legame deve trovare una forma concreta. Amare la Sardegna non significa soltanto emozionarsi davanti a un paesaggio, condividere una fotografia sui social o celebrare la nostra identità durante una festa. Amare la Sardegna significa assumersi la responsabilità di difenderla anche quando costa fatica, tempo e impegno.

E a chi organizza le manifestazioni vorrei lasciare un messaggio altrettanto chiaro.

Abbiamo bisogno del vostro impegno, ma anche della vostra capacità di cambiare. Meno protagonismo, meno formule da comizio, più documenti, più ascolto, più presenza tra le persone.

Chi vuole rappresentare una comunità deve prima riuscire a coinvolgerla, perché una manifestazione non dovrebbe concludersi con l'ultimo applauso, dovrebbe essere l'inizio di un lavoro che prosegue il giorno dopo, nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi di lavoro e nelle amministrazioni.

Domenica sono tornato da Nuraxi Figus con amarezza, ma anche con una convinzione ancora più forte, la Sardegna non ha bisogno di altri salvatori. Ha bisogno di un popolo che torni a interessarsi del proprio destino, e il primo cambiamento deve partire da noi!

La nostra terra non è soltanto quella che abbiamo ricevuto da chi è venuto prima, è soprattutto quella che consegneremo a chi verrà dopo di noi, e su questo, un giorno, saranno i nostri figli e nipoti a giudicarci.