La piazza si riempie, i politici parlano, i problemi rimangono
In Sardegna abbiamo imparato a manifestare. Manifestiamo contro la crisi industriale, contro il degrado della sanità, contro la perdita di posti di lavoro, contro progetti che minacciano il territorio, contro decisioni politiche che riteniamo ingiuste. Ci riuniamo nelle piazze, organizziamo cortei, prepariamo striscioni, chiediamo autorizzazioni, percorriamo chilometri per raggiungere Cagliari e portare la nostra rabbia davanti ai palazzi del potere. E poi? Poi torniamo a casa.
I politici rilasciano dichiarazioni. I giornali raccontano quante persone abbiano partecipato. I social si riempiono di commenti. Qualche rappresentante istituzionale promette attenzione, magari un tavolo di confronto. Passano i giorni, le settimane, qualche volta gli anni. E troppo spesso ci ritroviamo a protestare per gli stessi problemi. La domanda, allora, è inevitabile: stiamo davvero esercitando una pressione capace di produrre cambiamenti oppure stiamo partecipando a un rituale che il sistema politico ha imparato a gestire perfettamente? Sostenere che tutte le manifestazioni siano state inutili sarebbe storicamente falso. Le mobilitazioni popolari hanno contribuito a conquiste importanti e, anche in Sardegna, hanno portato all'attenzione pubblica questioni che altrimenti sarebbero rimaste nell'ombra. Ottenere attenzione non significa ottenere una soluzione. E soprattutto non significa ottenere una soluzione duratura. Il punto non è negare il diritto di manifestare, che appartiene a ogni cittadino. Il punto è domandarsi se la manifestazione tradizionale debba continuare a essere lo strumento principale della protesta. Perché un corteo può essere numeroso, pacifico e perfettamente organizzato, ma se il giorno dopo chi governa può continuare esattamente come prima, quale potere abbiamo realmente esercitato?
L'immagine che accompagna questo articolo raccoglie alcune prese di posizione pubblicate sui social e rappresenta efficacemente uno dei problemi delle manifestazioni contemporanee. Da una parte si invoca il rispetto delle istituzioni e si condannano le violenze. Dall'altra si denuncia la repressione e si esprime solidarietà ai manifestanti. Qualcuno introduce riferimenti ideologici, altri rispondono con ulteriori accuse. In pochi passaggi, il motivo originario della protesta rischia di scomparire. Non si discute più di ciò che aveva portato le persone in piazza. Si discute di chi abbia ragione tra destra e sinistra, di chi abbia condannato abbastanza duramente, di chi abbia difeso i manifestanti o di chi abbia strumentalizzato gli incidenti. La protesta diventa una partita politica. E i cittadini, che avrebbero dovuto essere i protagonisti, si trasformano in spettatori.
È un meccanismo particolarmente conveniente per chi occupa posizioni di potere.
Chi governa può presentarsi come garante dell'ordine e della legalità. Chi si oppone può presentarsi come difensore delle libertà e delle rivendicazioni popolari. Entrambi ottengono visibilità, consolidano il rapporto con il proprio elettorato e rafforzano la narrazione politica che più gli conviene. Questo non significa che tutte le condanne della violenza siano strumentali o che ogni dichiarazione di solidarietà sia opportunistica. Significa riconoscere che, nel confronto politico, perfino una protesta nata per chiedere risposte concrete può diventare un'occasione di posizionamento. E quando accadono episodi violenti, il meccanismo accelera.
L'attenzione si sposta dalle ragioni della mobilitazione agli scontri, dalle richieste dei cittadini ai comportamenti dei singoli, dalle responsabilità amministrative alle dichiarazioni dei leader. Il politico diventa il protagonista della notizia. Può perfino presentarsi come vittima di un clima di ostilità e costruire consenso intorno alla propria difesa. Ma i problemi che avevano spinto le persone a manifestare sono ancora lì. Forse dovremmo iniziare a chiederci perché continuiamo a consegnare alla politica il potere di decidere di cosa si debba parlare dopo una nostra protesta.

Esiste una dichiarazione storica che dovrebbe far riflettere chiunque partecipi a una manifestazione. Il 23 ottobre 2008, in un'intervista rilasciata al Quotidiano Nazionale, l'ex presidente della Repubblica ed ex ministro dell'Interno Francesco Cossiga, parlando delle proteste studentesche, suggerì una strategia che prevedeva di lasciare inizialmente spazio ai disordini. Tra le sue parole compariva un passaggio preciso: «Infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto».
Cossiga proseguiva descrivendo una situazione nella quale, dopo giorni di devastazioni, le istituzioni avrebbero potuto intervenire «forti del consenso popolare». Parole gravissime, pronunciate pubblicamente da una persona che aveva ricoperto alcune delle più alte cariche dello Stato. È fondamentale precisare che quell'intervista non dimostra che ogni manifestazione sia infiltrata, né autorizza ad attribuire automaticamente alle istituzioni gli episodi di violenza che si verificano durante le proteste. Ma quelle dichiarazioni dimostrano qualcosa di altrettanto importante, la possibilità di sfruttare politicamente il disordine all'interno di un movimento era stata esplicitamente contemplata da un uomo che conosceva profondamente gli apparati dello Stato. E questo dovrebbe indurci a una riflessione. In qualsiasi grande manifestazione possono esserci persone con intenzioni differenti. Possono esserci manifestanti sinceramente pacifici, gruppi ideologicamente radicali, soggetti interessati allo scontro e persone che agiscono indipendentemente dagli organizzatori. Non è necessario ipotizzare complotti per comprendere il rischio. Basta che una minoranza violenta diventi il centro dell'attenzione perché migliaia di persone pacifiche vedano oscurate le proprie rivendicazioni. Il danno non è soltanto materiale o giudiziario. È politico. Perché chi ha il potere di raccontare una protesta può tentare di definirne anche il significato. E se una protesta può essere neutralizzata da pochi episodi, allora è legittimo chiedersi se non sia necessario costruire forme di pressione molto meno vulnerabili a questo meccanismo.
Prendiamo uno degli argomenti più dolorosi per la Sardegna ossia la sanità.
Liste d'attesa, carenze di personale, difficoltà nei territori periferici, reparti sotto pressione e cittadini costretti a cercare prestazioni lontano da casa.
Non si tratta soltanto di percezioni. Adesso poniamoci una domanda scomoda. Che cosa accadrebbe se medici e infermieri della Sardegna decidessero collettivamente di non compensare più, attraverso disponibilità straordinarie e prestazioni aggiuntive volontarie, le carenze organizzative del sistema? L'ipotesi è dirompente. Se una struttura riesce a funzionare soltanto perché i dipendenti accettano sistematicamente carichi aggiuntivi, rinunciano ai propri tempi di recupero o suppliscono a problemi che dovrebbero essere risolti dall'organizzazione, che cosa succederebbe quando questo sostegno eccezionale venisse meno?
Emergerebbe con maggiore chiarezza la distanza tra gli organici disponibili e i servizi che si pretende di erogare. Naturalmente esiste un limite che non può essere superato ossia la tutela dei pazienti.
Uno sciopero sanitario non può essere organizzato semplicemente lasciando al lavoro chi segue i casi più gravi. La legge 146 del 1990 e gli accordi sui servizi essenziali impongono di garantire prestazioni indispensabili che comprendono, tra le altre, le emergenze, la dialisi e numerose attività assistenziali non rinviabili.
I lavoratori devono rispettare gli obblighi di servizio e le regole dello sciopero.
Ma entro questi limiti è possibile organizzare una mobilitazione legittima e coordinata, valutando anche l'astensione dalle attività realmente volontarie e non contrattualmente dovute. Non per danneggiare chi sta male. Per impedire che il sacrificio permanente dei lavoratori diventi l'alibi con cui le istituzioni rinviano la soluzione delle carenze strutturali. Una simile iniziativa avrebbe bisogno di un alleanza con i pazienti, non di uno scontro con loro. Di comunicazione preventiva, obiettivi verificabili, garanzie assistenziali e rivendicazioni precise. Perché una protesta efficace non dovrebbe scaricare il prezzo del conflitto sui cittadini più deboli. Dovrebbe rendere visibile il costo delle inefficienze a chi ha il potere e il dovere di correggerle.
Esiste una modalità di azione collettiva che meriterebbe maggiore attenzione, il cosiddetto sciopero bianco o sciopero dello zelo. In termini generali, consiste nell'osservanza scrupolosa delle procedure, dei controlli, dei tempi di sicurezza e delle regole previste per il lavoro, anziché nella tradizionale astensione totale.
Il principio merita una riflessione più ampia. Quante attività in Sardegna si reggono sulla disponibilità dei lavoratori ad andare costantemente oltre quanto sarebbe ordinariamente esigibile? Quante situazioni di carenza vengono compensate in silenzio? Quante volte si chiede alle persone di lavorare in condizioni difficili, facendo affidamento sul loro senso di responsabilità? Documentare sistematicamente i carichi di lavoro, pretendere il rispetto degli standard di sicurezza, rifiutare pressioni indebite e chiedere istruzioni formali quando emergono problemi organizzativi sono comportamenti che possono rendere visibili criticità normalmente nascoste. Non è necessario violare le regole per mettere un'amministrazione davanti alle proprie responsabilità ma a volte è sufficiente pretendere che quelle regole vengano rispettate davvero.
Il problema delle manifestazioni tradizionali è che spesso concentrano tutta la partecipazione in poche ore. Una comunità si mobilita, esprime dissenso e successivamente torna alla propria quotidianità. La pressione diminuisce, mentre le istituzioni conservano il controllo dei tempi e delle risposte. Ma cosa succederebbe se la mobilitazione continuasse ogni giorno, attraverso strumenti differenti?
Il primo è il controllo civico organizzato.
Immaginiamo gruppi di cittadini che, anziché limitarsi a contestare una decisione, richiedano sistematicamente gli atti amministrativi che l'hanno prodotta.
Delibere, autorizzazioni, contratti, bilanci, cronoprogrammi, spese pubbliche, obblighi delle aziende incaricate di gestire un servizio. L'accesso civico generalizzato, disciplinato dal decreto legislativo 33 del 2013, consente a chiunque di chiedere documenti e dati detenuti dalle amministrazioni, nei limiti previsti dalla legge. Non servono slogan. Servono persone capaci di leggere gli atti, confrontarli e renderli comprensibili.
Il secondo è la contestazione amministrativa e giudiziaria collettiva.
Quando esistono presupposti concreti, associazioni e cittadini possono ricorrere agli strumenti previsti dall'ordinamento, con l'assistenza di professionisti. Esiste persino una disciplina specifica sul ricorso per l'efficienza delle pubbliche amministrazioni e dei concessionari di servizi pubblici: il decreto legislativo 198 del 2009. Non è uno strumento applicabile a qualsiasi disservizio, né garantisce automaticamente una vittoria ma dimostra che la partecipazione può trasformarsi in una richiesta formalizzata davanti a un giudice, quando ricorrono determinate condizioni.
Il terzo è la denuncia documentata delle irregolarità.
I lavoratori che vengono a conoscenza di violazioni nell'ambito delle proprie attività possono, quando ne ricorrono i presupposti, utilizzare i canali di whistleblowing disciplinati dal decreto legislativo 24 del 2023, comprese le procedure previste presso l'ANAC. Una segnalazione circostanziata, trasmessa attraverso il canale corretto, può avere conseguenze molto diverse da un generico messaggio di protesta.
Il quarto è la pressione economica lecita e consapevole.
I cittadini possono scegliere come spendere il proprio denaro, favorire aziende responsabili, organizzare acquisti collettivi, sostenere imprese del territorio e promuovere campagne di consumo critico documentate. Non si tratta di danneggiare indiscriminatamente l'economia. Si tratta di riconoscere anche le scelte economiche sotto una forma di partecipazione.
Il quinto è la costruzione di osservatori civici permanenti.
Pensiamo alla sanità sarda. Un osservatorio indipendente potrebbe raccogliere dati verificabili sulle liste d'attesa, confrontare le risposte delle aziende sanitarie, documentare i disservizi e pubblicare periodicamente gli impegni assunti dalle istituzioni. Non una manifestazione all'anno. Una richiesta di responsabilità che dura tutto l'anno. Con nomi degli uffici competenti, documenti, scadenze e risultati controllabili. È molto più difficile liquidare una contestazione quando ogni promessa può essere confrontata pubblicamente con ciò che è stato realmente fatto.
C'è però una questione che nessuna strategia di protesta può ignorare ossia la paura.
In Sardegna, come in molte altre realtà economicamente fragili, perdere il lavoro può significare non riuscire più a sostenere la famiglia, pagare l'affitto o il mutuo, affrontare le spese quotidiane. Chi vive questa condizione difficilmente può permettersi conflitti prolungati. E allora quale libertà di protesta possiede concretamente una persona che rischia di perdere la propria unica fonte di reddito?
Il diritto esiste, ma esercitarlo può comportare costi molto diversi a seconda della condizione economica individuale. È qui che emerge uno dei grandi problemi del nostro modello sociale. Una popolazione economicamente dipendente è inevitabilmente più vulnerabile alle pressioni di chi controlla opportunità, risorse e decisioni. Il tema riguarda anche i sussidi. Bisogna distinguere chiaramente tra il sostegno pubblico che protegge una persona in difficoltà e un sistema assistenziale che non costruisce percorsi verso l'autonomia. Il primo è uno strumento di solidarietà e di tutela sociale. Il secondo rischia di trasformarsi in una trappola. Quando una misura permette soltanto di sopravvivere, senza creare condizioni realistiche per migliorare la propria posizione, la dipendenza economica può diventare permanente. E ciò che dovrebbe essere un ponte verso l'indipendenza rischia di trasformarsi in un guinzaglio. Non perché chi riceve un sussidio sia meno libero per natura o meno disposto a lavorare, ma perché la precarietà restringe concretamente le possibilità di scegliere, rischiare e opporsi. La politica dovrebbe essere giudicata anche da questo, non soltanto da quante persone riesce ad assistere, ma da quante riesce a mettere nelle condizioni di non avere più bisogno di assistenza. Una società davvero libera non è quella nella quale nessuno ha bisogno di aiuto. È quella nella quale ricevere aiuto non significa rinunciare alla prospettiva di diventare autonomi.
Proviamo a immaginare una vertenza sulla sanità organizzata in modo diverso.
I cittadini raccolgono documenti e dati verificabili. I professionisti sanitari rendono note, attraverso strumenti corretti e tutelati, le difficoltà che incontrano. Le associazioni formulano richieste precise. I lavoratori valutano iniziative sindacali legittime, senza compromettere le prestazioni indispensabili. Una rete di solidarietà sostiene chi partecipa alla mobilitazione e chi subisce disagi inevitabili. Un gruppo di esperti segue le risposte delle istituzioni e verifica l'attuazione degli impegni.
Ogni trenta giorni vengono pubblicati i risultati. Quanti professionisti sono stati assunti? Quanti turni risultano coperti? Quali tempi di attesa sono migliorati? Quali risorse sono state effettivamente utilizzate? Quali promesse sono rimaste sulla carta?
In questo scenario non conta quanti politici si facciano fotografare accanto ai manifestanti. Non conta quale partito riesca ad appropriarsi della protesta. Non conta neppure quante condivisioni ottenga un post indignato. Conta ciò che cambia concretamente nella vita delle persone. Questa dovrebbe essere la misura del successo di una mobilitazione. E un simile metodo potrebbe essere applicato anche alla tutela ambientale, ai trasporti, alle crisi industriali, ai servizi pubblici e alle grandi trasformazioni territoriali che interessano la Sardegna. La piazza potrebbe rimanere uno strumento, quando utile. Ma non sarebbe più l'intera strategia.
Arriviamo alla domanda fondamentale. Che cosa mette realmente in difficoltà un sistema politico? Una manifestazione di migliaia di persone che, dopo qualche ora, si disperde oppure una comunità organizzata, capace di controllare gli atti pubblici, esercitare i propri diritti, sostenere economicamente i suoi membri, costruire opportunità autonome e chiedere conto delle decisioni assunte? La risposta non è automatica. Anche grandi manifestazioni possono ottenere risultati concreti, e nessuna iniziativa civica garantisce da sola il cambiamento. Ma una differenza esiste. La rabbia di una giornata può essere dimenticata. Un'organizzazione che continua a lavorare anche quando si spengono le telecamere è molto più difficile da ignorare. Per questo forse è arrivato il momento di superare una convinzione radicata, quella secondo cui, per dimostrare di essere contrari a qualcosa, sia necessario scendere in piazza. Il dissenso può assumere molte forme. Può essere una cooperativa che crea lavoro. Una rete di baratto che aiuta famiglie in difficoltà. Un gruppo di cittadini che porta alla luce documenti amministrativi. Un'azione collettiva legittima dei lavoratori. Un ricorso fondato su atti concreti. Un osservatorio che smaschera promesse non mantenute. Può essere un'economia locale capace di trattenere ricchezza e creare indipendenza. Può essere una comunità che impara a non lasciare solo chi decide di esporsi. Forse la politica ha imparato a convivere con la nostra indignazione. Quello con cui dovrebbe confrontarsi molto più seriamente è la nostra capacità di organizzarci. La Sardegna non ha bisogno soltanto di persone disposte a protestare. Ha bisogno di persone capaci di costruire alternative, di sostenersi reciprocamente e di trasformare le rivendicazioni in risultati verificabili.
Non dobbiamo rinunciare alla libertà di manifestare. Dobbiamo smettere di credere che manifestare sia l'unico modo per esercitare il nostro potere di cittadini.
Perché forse la forma più incisiva di protesta non è urlare più forte davanti a un palazzo ma è costruire una società nella quale nessuno debba avere paura di perdere tutto per il semplice fatto di aver detto di no.
E allora la domanda che Isola in Chiaro vuole aprire ai lettori è una sola:
Siamo davvero pronti a organizzarci per cambiare le cose, oppure continueremo ad aspettare che sia la stessa politica contro cui protestiamo a concederci il cambiamento?

