Da decenni ci viene raccontata la stessa storia. Ogni volta che arriva una grande industria, una multinazionale, un nuovo progetto energetico o un investimento miliardario, ci viene detto che porterà sviluppo, occupazione e benessere. Ci mostrano le cifre degli investimenti, la quantità di energia che verrà prodotta, i posti di lavoro promessi e il fatturato delle aziende. Ma quasi nessuno pone la domanda più importante, quanto di quella ricchezza rimarrà realmente in Sardegna e quanto finirà nelle mani di chi controlla quelle attività? Perché un territorio può ospitare industrie miliardarie e continuare ad avere cittadini con stipendi bassi, giovani costretti a partire, piccoli paesi che si spopolano e famiglie in difficoltà.

Non è soltanto una sensazione. Secondo l'ISTAT, nel 2023 la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti sardi era di circa 17.500 euro, quasi 6.000 euro in meno rispetto alla media italiana. E secondo la Banca d'Italia, nel 2025 l'economia sarda è cresciuta appena dello 0,7 per cento. Sono dati che non dimostrano che la colpa sia di una singola industria, ma ci obbligano a riflettere su una questione fondamentale. Produrre tanto non significa automaticamente distribuire benessere.

La Sardegna ha il sole, il vento, impianti termoelettrici, parchi eolici e migliaia di impianti fotovoltaici. Secondo i dati ufficiali di Terna, nel 2024 la Sardegna ha prodotto circa 3.110 gigawattora di energia elettrica in più rispetto al proprio fabbisogno. Significa che la produzione destinata al consumo era superiore del 36,5 per cento rispetto all'energia richiesta nell'isola. Il bilancio registra anche flussi netti di energia in uscita verso le altre regioni italiane e verso l'estero. Eppure, produrre più energia non significa che i sardi ricevano automaticamente uno sconto in bolletta. Il motivo è che il prezzo dell'elettricità dipende dal funzionamento del mercato, dai contratti di fornitura, dai costi di rete, dagli oneri e dalle imposte. Non semplicemente dalla vicinanza a una centrale o a una pala eolica. Ed è proprio qui che emerge il problema politico. Se la Sardegna mette a disposizione territorio, infrastrutture e risorse naturali per produrre energia destinata anche ad altri, perché non dovrebbe pretendere benefici economici concreti per la propria popolazione? Non chiediamo energia gratis. Chiediamo che lo sviluppo energetico venga progettato anche nell'interesse dei cittadini sardi, delle famiglie e delle imprese locali.

Oggi ci viene presentato come progresso qualsiasi progetto che porti la parola green. Ma attenzione, le energie rinnovabili sono necessarie per ridurre l'utilizzo dei combustibili fossili e le emissioni che alterano il clima. Non bisogna confondere questo beneficio reale con la convinzione che qualsiasi impianto sia automaticamente sostenibile dal punto di vista economico, agricolo e paesaggistico. Una grande distesa di pannelli fotovoltaici installata su terreni produttivi non ha lo stesso impatto di un impianto realizzato sul tetto di un capannone industriale e un parco eolico deve essere valutato considerando la posizione, il paesaggio, la biodiversità, le infrastrutture necessarie e i benefici per la comunità. Secondo ISPRA, nel solo 2024, in Sardegna sono stati registrati circa 293 ettari di nuovo consumo di suolo legato a impianti fotovoltaici a terra. A livello nazionale, circa l'80 per cento delle nuove superfici consumate da questi impianti era precedentemente utilizzato per attività agricole. Questo significa che le scelte su dove realizzarlo hanno conseguenze concrete, un terreno agricolo non è soltanto uno spazio libero ma è una possibilità di produrre cibo, creare lavoro, custodire il paesaggio e garantire un futuro alle comunità rurali.

Quando un terreno cambia destinazione, bisogna domandarsi non soltanto quanti megawatt produrrà, ma anche quale attività economica viene sostituita e chi incasserà i benefici. Se il proprietario dell'impianto guadagna vendendo elettricità e la comunità ospitante riceve benefici insufficienti rispetto all'impatto subito, non siamo di fronte a un buon modello di sviluppo territoriale, anche quando l'energia prodotta è rinnovabile. Il problema non è il sole, non è il vento, il problema è chi controlla il loro sfruttamento economico e come vengono distribuiti i risultati.

Prendiamo un esempio concreto. La raffineria Saras di Sarroch è uno dei più importanti complessi di raffinazione del Mediterraneo. Dal 2024 il Gruppo è controllato dalla multinazionale Vitol. Secondo i dati pubblicati dalla stessa Saras per il 2025, il Gruppo ha registrato circa 9,7 miliardi di euro di ricavi e contava 1.532 dipendenti, l'89 per cento dei quali impiegato in Sardegna. La Regione, nel 2024, stimava oltre 8.000 lavoratori considerando anche imprese d'appalto e indotto. Sono posti di lavoro importanti, dietro ciascuno ci sono famiglie, competenze e persone che meritano rispetto, nessuno dovrebbe mettere in discussione il valore di quei lavoratori ma osserviamo le proporzioni. La Sardegna conta circa 1,56 milioni di abitanti, i dipendenti del Gruppo che lavorano nell'isola rappresentano meno di una persona ogni mille residenti, anche considerando la più ampia stima regionale di oltre 8.000 occupati tra diretti, appalti e indotto, parliamo di un numero equivalente a circa lo 0,5 per cento della popolazione. Naturalmente un posto di lavoro può sostenere più persone e l'impatto economico non si misura soltanto dividendo il numero degli occupati per gli abitanti, ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che la presenza di una grande industria basti, da sola, a garantire il benessere di un'intera popolazione. E allora dovremmo chiedere quanti nuovi imprenditori sardi nascono grazie a queste attività, quanto valore resta nelle aziende locali, quale parte dei risultati economici contribuisce stabilmente allo sviluppo del territorio e quali costi ambientali vengono sostenuti. E soprattutto, quanto vale la salute di chi vive accanto a questi impianti da generazioni? Quanti casi di tumore, leucemia e altre gravi malattie sono stati registrati da quando esistono questi grandi insediamenti industriali? Quanti sono superiori a quelli che ci si aspetterebbe in una popolazione della stessa età e quanti potrebbero essere collegati all'esposizione agli inquinanti?

Non sono domande nate dal nulla.

Uno studio epidemiologico richiamato nel 2012 dal professor Pierluigi Cocco dell'Università di Cagliari, sulla base di indagini riguardanti il territorio dell'allora ASL 8, riportava un aumento statisticamente significativo delle leucemie nella popolazione maschile di alcune zone del Cagliaritano.

Nello studio relativo al periodo 1994–2003, a Sarroch erano stati osservati 5 casi di leucemia tra gli uomini, contro 1,92 casi statisticamente attesi. A Pula i casi osservati erano 8 contro 2,32 attesi e ad Assemini 17 contro 6,72 attesi. Anche il rapporto sullo stato di salute delle popolazioni residenti nelle aree industriali, minerarie e militari della Sardegna, pubblicato nel 2006 sulla base di un'indagine promossa dalla Regione, aveva segnalato eccessi di patologie respiratorie, comprese forme tumorali, in alcune aree industriali, tra cui Sarroch. Il benzene prodotto in questi complessi industriali, sono prodotti altamente cancerogeni. L' Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità lo classifica tra le sostanze sicuramente cancerogene per l'essere umano, con prove sufficienti del suo ruolo nello sviluppo della leucemia mieloide acuta negli adulti.

Per stabilire i rapporti di causa ed effetto occorrono studi approfonditi sulle esposizioni, sulle condizioni individuali e sull'andamento delle malattie nel tempo.

Ma proprio per questo le istituzioni devono garantire una sorveglianza sanitaria indipendente, continua e pubblica, capace di confrontare nel tempo i dati di Sarroch e degli altri territori industriali con quelli del resto della Sardegna. Perché quando si parla di sviluppo economico non basta contare i posti di lavoro creati. Bisogna anche verificare quanto costa alla salute delle persone e alla qualità dell'ambiente in cui vivono. Se dopo decenni di attività industriale non siamo ancora in grado di dare una risposta completa e aggiornata a queste domande, anche questa mancanza di conoscenza deve diventare una priorità politica.

Un altro esempio riguarda i carburanti. In Sardegna, a Sarroch, abbiamo una delle raffinerie più grandi del Mediterraneo, capace di lavorare fino a 15 milioni di tonnellate di petrolio all'anno. Ma sappiamo quale percorso compie realmente il carburante prima di arrivare nei serbatoi delle nostre automobili? Il petrolio greggio arriva principalmente via mare, attraverso il porto industriale di Porto Foxi, dove viene scaricato dalle petroliere e trasferito alla raffineria Saras. Qui viene trasformato in benzina, gasolio e altri prodotti petroliferi. Una parte viene destinata al mercato italiano, un'altra alla Spagna e ad altri Paesi europei ed extraeuropei. La stessa Saras documenta, ad esempio, che benzina e gasolio prodotti a Sarroch vengono trasportati via nave fino a La Spezia, trasferiti al deposito di Arcola e successivamente caricati sulle autocisterne per la distribuzione. E in Sardegna? I carburanti vengono distribuiti attraverso una rete che comprende i depositi di Sarroch, Porto Torres e Oristano, da cui raggiungono distributori e clienti mediante autobotti. Una parte può quindi essere distribuita direttamente dalla Sardegna senza passare per la penisola. Qual è il punto? Il nostro territorio ospita la raffineria, le petroliere, gli impianti industriali e le attività connesse, mentre il prezzo finale del carburante continua a essere determinato dalle regole del mercato, dalle accise, dall'IVA e dai costi della distribuzione. Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 16 ottobre 2026 in Sardegna la benzina self-service costava mediamente 2,031 euro al litro e il gasolio 2,256 euro. Prezzi sostanzialmente in linea con quelli nazionali, nonostante la presenza di un impianto di raffinazione di queste dimensioni. E allora la domanda sorge spontanea. Se la Sardegna ospita da oltre sessant'anni una delle più importanti raffinerie del Mediterraneo, perché questa presenza non si traduce anche in vantaggi economici diretti e misurabili per chi vive nell'isola? Non possiamo pretendere che una raffineria determini da sola il prezzo dei carburanti, ma possiamo certamente pretendere che la politica valuti strumenti concreti per restituire maggiori benefici economici e territoriali alle comunità che ospitano queste attività. Tutto questo discorso porta sempre ad un unica risposta, la Sardegna non ha il potere decisionale ne per quanto riguarda le politiche industriali ne in quelle logistiche, dobbiamo poter valutare cosa è meglio per noi staccandoci dal pensiero colonialista dello stato italiano che pensa solo ad arricchire le proprie tasche.

La Sardegna conosce bene anche un'altra faccia dello sviluppo industriale.

Quella delle miniere e delle aree produttive che, dopo aver generato valore economico per decenni, richiedono interventi di recupero e bonifica. Nel 2026 la Regione Sardegna ha annunciato un intervento di risanamento nella Valle del Rio San Giorgio, nell'Iglesiente, con investimenti previsti superiori a 107 milioni di euro.

Esistono inoltre due grandi Siti di Interesse Nazionale per le bonifiche ambientali, quello di Porto Torres e quello del Sulcis Iglesiente Guspinese. Significa che l'attività economica deve essere valutata anche per ciò che lascia dopo di sé. Perché un'industria può chiudere, una società può cambiare proprietario, un investimento può essere spostato altrove, Il territorio invece rimane e con lui rimangono le persone, i problemi da risolvere e gli eventuali costi del risanamento. Ogni nuovo progetto dovrebbe quindi prevedere garanzie verificabili, risorse per il ripristino ambientale e responsabilità chiaramente definite.

Continuiamo a comportarci come se la nostra terra non avesse alternative. Come se dovessimo scegliere tra concedere spazio alle grandi multinazionali e rassegnarci alla disoccupazione, ma la Sardegna possiede già risorse straordinarie.

Abbiamo agricoltura, allevamento, produzioni alimentari riconosciute, cultura millenaria, artigianato, paesaggi, mare, patrimonio archeologico e conoscenze professionali, e abbiamo soprattutto persone capaci di creare imprese, innovare e lavorare. Pensiamo al comparto agroalimentare, perché limitarci a vendere materie prime quando possiamo trasformarle, confezionarle, commercializzarle e distribuirle attraverso imprese radicate in Sardegna? Perché non aiutare i produttori locali a creare marchi forti, piattaforme commerciali, reti di esportazione e filiere che trattengano qui una quota maggiore del valore finale? Lo stesso vale per il turismo, non dobbiamo limitarci ad aumentare il numero dei visitatori, dovremmo collegare turismo, agricoltura, ristorazione, artigianato, archeologia e cultura, distribuendo le opportunità anche nelle zone interne e durante tutto l'anno.

E poi c'è l'innovazione, perché non investire seriamente nella formazione tecnologica, nella ricerca, nell'informatica, nella trasformazione digitale delle aziende sarde e nella nascita di nuove imprese? Sono settori che possono creare opportunità anche senza occupare grandi superfici agricole o stravolgere il paesaggio. Non dobbiamo rinunciare all'industria, dobbiamo pretendere un'industria che rafforzi l'economia sarda invece di renderla dipendente.

Esiste anche un modo diverso di sviluppare le energie rinnovabili, si possono incentivare impianti sui tetti delle abitazioni, sulle scuole, sui capannoni, nei parcheggi e nelle aree già compromesse, si possono realizzare comunità energetiche nelle quali cittadini, imprese ed enti locali partecipino alla produzione e alla condivisione dell'energia. Non sono idee irrealizzabili!

Il Gestore dei Servizi Energetici prevede già meccanismi di incentivazione per le comunità energetiche rinnovabili e per l'autoconsumo condiviso, naturalmente servono investimenti, organizzazione e progetti economicamente sostenibili.

Ma la differenza di fondo è enorme, un conto è concedere un territorio a chi realizza un impianto per vendere energia sul mercato, un altro è progettare sistemi in cui famiglie, imprese e comunità locali possano partecipare direttamente ai benefici.

La vera transizione ecologica non dovrebbe essere soltanto un cambio di tecnologia.

Dovrebbe diventare anche un cambiamento nel modo in cui la ricchezza viene prodotta e condivisa.

Nessun territorio può prosperare semplicemente aspettando che qualcuno arrivi da fuori a investirci. Gli investimenti esterni possono essere importanti e possono contribuire alla crescita, ma serve una politica economica sarda capace di scegliere le priorità, fissare condizioni e difendere l'interesse collettivo. Una politica che investa nella proprietà e nella crescita delle imprese locali, nelle cooperative, nella ricerca, nella formazione e nella trasformazione delle nostre produzioni, una politica che valuti ogni grande progetto attraverso dati pubblici sui posti di lavoro, sulle forniture locali, sulle ricadute fiscali, sugli effetti ambientali e sui benefici effettivamente distribuiti. Una politica che dia ai giovani strumenti per costruirsi un futuro qui, invece di considerarne la partenza come una conseguenza inevitabile.

Tutto questo non significa chiudere le porte al resto del mondo, significa aprirle con una visione chiara, da una posizione consapevole e con regole che non considerino il nostro territorio soltanto una risorsa da utilizzare.

Dobbiamo smettere di confondere la ricchezza delle aziende presenti in Sardegna con la ricchezza dei sardi. Una multinazionale può registrare miliardi di fatturato mentre intorno a essa continuano a esistere famiglie con redditi insufficienti, paesi che perdono abitanti e piccoli imprenditori che faticano a sopravvivere, anche perchè le multinazionali hanno l'unico scopo di pensare solo ai propri introiti! Tutto questo dimostra che il successo economico non può essere utilizzato come unica prova del successo di un modello di sviluppo. Una Sardegna davvero prospera è una Sardegna nella quale aumentano gli stipendi, crescono le imprese sarde, migliorano i servizi, i giovani possono restare e la ricchezza prodotta alimenta nuove opportunità, le proprie infrastrutture devono esser moderne ed efficienti!

Dobbiamo cominciare a chiederci non soltanto quanti soldi vengano investiti nella nostra isola, ma chi possiederà ciò che viene costruito, chi ne controllerà il futuro e quanto valore continuerà a circolare nella nostra economia. La Sardegna non deve diventare la terra in cui altri producono ricchezza mentre i sardi si accontentano delle ricadute, deve diventare una terra capace di produrre, trasformare, innovare, decidere e trattenere una parte sempre maggiore del valore che genera. Non ci serve una Sardegna che sia soltanto utile all'economia degli altri. Ci serve un'economia che sia utile, prima di tutto, alla Sardegna e al suo popolo.