Io quel cantiere l'ho vissuto. E non l'ho dimenticato.
Ero giovane quando partecipai alla realizzazione di uno dei più grandi progetti fotovoltaici mai costruiti in Sardegna, a Su Scioffu, nelle campagne di Villasor. Lavoravo raccogliendo dati in cantiere per una delle aziende sarde coinvolte nell'installazione del fotovoltaico. All'epoca era un'opportunità di lavoro, un grande cantiere, una di quelle occasioni che sembravano rappresentare il futuro. Non ero lì per contestare qualcosa. Ero lì per lavorare, per imparare, per costruirmi una vita. Ma ancora oggi, a distanza di circa quindici anni, ricordo perfettamente quelle immense distese di terreno spianato. Terra a perdita d'occhio. Spazi enormi, trasformati per accogliere file interminabili di strutture metalliche e pannelli fotovoltaici. Un paesaggio che cambiava sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Ricordo le maestranze straniere, le poche imprese sarde coinvolte direttamente nei lavori che conoscevo e le dimensioni impressionanti di quel progetto.
All'epoca vedevo soprattutto il lavoro. Soltanto negli anni successivi iniziai a guardare quell'esperienza con occhi diversi. Fu anche grazie a quel cantiere che cominciai a comprendere la differenza tra un investimento realizzato in Sardegna e un investimento capace di far crescere realmente la Sardegna. Quella distinzione ha cambiato profondamente la mia visione del sistema economico che ci viene continuamente presentato come progresso. E oggi, osservando ciò che sta accadendo nella nostra Isola, rivedo molti degli stessi interrogativi.
Nel novembre 2011 veniva inaugurato a Su Scioffu un impianto presentato come una delle più grandi serre fotovoltaiche del mondo. I numeri erano impressionanti: circa 61 ettari di area complessiva, 26 ettari di serre, 134 strutture serricole, oltre 84.000 pannelli e una potenza installata di 20 megawatt. L'investimento dichiarato superava i 70 milioni di euro.
Dietro l'operazione vi erano grandi investitori internazionali, tra cui l'indiana Moser Baer Clean Energy e l'americana General Electric. La realizzazione dell'impianto era stata affidata alla società GES Global Energy Services, gruppo di origine spagnola.
Si parlava di energia pulita, agricoltura innovativa, nuovi posti di lavoro e rinascita economica del territorio. La promessa era affascinante, sfruttare il sole della Sardegna per produrre energia e, contemporaneamente, rilanciare l'agricoltura.
Ma oggi ritengo necessario porre una domanda che troppo spesso viene dimenticata quando si annunciano investimenti milionari. Un investimento da 70 milioni di euro è automaticamente un investimento da 70 milioni di euro per l'economia sarda? Naturalmente no. Bisogna capire chi finanzia, chi costruisce, chi fornisce i materiali, chi possiede l'impianto, chi vende l'energia e, soprattutto, quanta ricchezza rimane stabilmente sul territorio. Perché costruire qualcosa in Sardegna non significa necessariamente costruire qualcosa per la Sardegna.
Ricordo bene che nel cantiere erano presenti anche imprese e lavoratori sardi. Io stesso facevo parte di questa realtà. Le cronache dell'epoca riportavano la partecipazione di 115 persone del territorio alla costruzione e la presenza di circa cento lavoratori spagnoli nell'installazione dei pannelli. La presenza di lavoratori stranieri non è di per sé un problema, Il problema è un altro, quale ruolo viene riservato alle imprese sarde nella catena del valore? Sono protagoniste dell'investimento oppure ricevono soltanto una parte delle attività necessarie a realizzarlo? Partecipano agli utili nel lungo periodo? Acquisiscono proprietà, competenze strategiche, autonomia industriale? Oppure vengono impiegate durante la costruzione e poi rimangono ai margini del grande affare energetico? Un cantiere può offrire occupazione per alcuni mesi. Un'economia sana dovrebbe invece costruire opportunità per intere generazioni. La differenza è enorme. La vera crescita non consiste soltanto nel far lavorare per qualche tempo un'impresa locale. Consiste nel creare le condizioni affinché quell'impresa possa diventare più grande, più competitiva e più indipendente. Se i capitali, il controllo degli impianti e le decisioni strategiche rimangono prevalentemente altrove, mentre alla Sardegna viene riservato il ruolo di territorio ospitante, siamo davanti a un modello di sviluppo profondamente squilibrato. È questo che considero una forma di colonizzazione economica. Non una questione di nazionalità, ma di proprietà, potere decisionale e distribuzione della ricchezza.
Quando venne presentato Su Scioffu, si parlava di almeno 90 nuovi posti di lavoro, di cooperative agricole sarde, di coltivazioni di meloni, zucchine, angurie e altri prodotti destinati a rilanciare l'agricoltura del Campidano. Il tutto grazie a un investimento di oltre 70 milioni di euro, realizzato su una superficie complessiva di circa 61 ettari, di cui 26 occupati dalle serre fotovoltaiche. Ma cosa raccontano i dati degli anni successivi? Nel novembre 2012, appena un anno dopo l'inaugurazione, la testata specializzata YouTrade riportava 50 occupati complessivi: 35 nel settore agricolo e 15 nella manutenzione dell'impianto, attraverso le cooperative coinvolte. Già allora erano 40 in meno rispetto ai 90 posti annunciati, con un livello occupazionale pari a circa il 56% dell'obiettivo iniziale. Successivamente, in una presentazione aziendale risalente ai primi anni di attività, la stessa Twelve Energy dichiarava di impiegare circa 30 lavoratori. Il testo è ancora disponibile sul sito ufficiale. Questo significa che le informazioni pubbliche disponibili non dimostrano il raggiungimento stabile dei 90 posti promessi. E soprattutto non permettono di conoscere quanti lavoratori siano rimasti occupati continuativamente per quindici anni. Un investimento da oltre 70 milioni di euro, accompagnato dalla promessa di una rinascita agricola, dovrebbe poter dimostrare risultati occupazionali ben più trasparenti e verificabili. Ma la questione più significativa riguarda proprio l'agricoltura, nel 2012, anche il gruppo Intesa Sanpaolo presentava il progetto come un'opportunità per produrre ortaggi destinati principalmente al mercato interno, contribuendo a ridurre la dipendenza dall'importazione di prodotti agricoli. Eppure, nell'intervista rilasciata dall'amministratore di Twelve Energy nell'ottobre 2025, emerge un quadro produttivo diverso, l'azienda risulta specializzata principalmente nella florovivaistica, con rose da bacca, rose da reciso, talee e altre produzioni ornamentali. Secondo le dichiarazioni aziendali, fatta eccezione per le rose classiche destinate prevalentemente al mercato sardo, le altre produzioni vengono esportate soprattutto in Europa e in particolare in Olanda, oltre che nel resto del mondo. Non significa che queste produzioni non abbiano valore economico, significa però che il rilancio dell'agricoltura alimentare locale annunciato all'origine non coincide con il principale indirizzo produttivo descritto dall'azienda nel 2025. E c'è un elemento storico ancora più preoccupante. Nella sentenza n. 141 del 22 aprile 2021, la Corte dei conti, esaminando gli accertamenti relativi agli anni 2012–2014, richiamava verifiche e perizie dalle quali emergeva un'attività agricola ritenuta poco significativa. Secondo la ricostruzione accolta in quel giudizio, le coltivazioni non avevano generato redditi significativi rispetto alla produzione energetica. Le perizie richiamate descrivevano inoltre un impianto ancora non produttivo sotto il profilo agricolo alla data del 17 ottobre 2014. La vicenda giudiziaria ha avuto sviluppi successivi importanti, nel 2024 è stata revocata la confisca dell'impianto in sede penale e nel 2025 la Cassazione ha pronunciato un annullamento con formula assolutoria per due ricorrenti. Resta un dato storico documentato, nei primi anni di funzionamento, la reale consistenza dell'attività agricola fu oggetto di accertamenti e di valutazioni tecniche fortemente critiche. Quanto alla produzione elettrica, la scheda tecnica di Trina Solar indicava una capacità installata di 20 MW e una produzione annua prevista di circa 26 milioni di kWh. Si tratta però di una previsione progettuale, non di un consuntivo annuale verificato. Per il 2013, una banca dati commerciale riporta circa 1,5 milioni di euro di ricavi per Twelve Energy, senza tuttavia fornire una ripartizione sufficientemente documentata tra le diverse attività economiche. Non è quindi possibile utilizzare quel numero come misura certa dei soli ricavi agricoli o dell'intero complesso energetico. Manca soprattutto un bilancio pubblico complessivo, facilmente consultabile, che dimostri anno per anno quanti occupati stabili siano stati generati, quanti ricavi siano derivati dall'agricoltura rispetto all'energia e quanta ricchezza sia effettivamente rimasta nelle imprese sarde. E allora la domanda diventa inevitabile, se dopo quindici anni non riusciamo a documentare con chiarezza quanti dei novanta posti annunciati siano diventati occupazione stabile, quale sia stato il peso economico dell'agricoltura e quali benefici abbiano ricevuto le imprese locali, su quali basi dovremmo accettare oggi nuove promesse di sviluppo? Bisogna pretendere che il successo economico di un investimento venga misurato anche dalla capacità di far prosperare il territorio che lo ospita. La Sardegna non può continuare a concedere il proprio territorio sulla base di ciò che viene promesso. Deve pretendere di conoscere ciò che è stato realmente ottenuto.
C'è un aspetto che, avendo lavorato personalmente in quel cantiere, continuo a considerare fondamentale, la terra. Quella che ho visto trasformarsi a Villasor non era semplicemente una superficie su una planimetria, era territorio sardo. La terra non è un bene qualunque. È un patrimonio ambientale, agricolo, culturale ed economico. Un terreno può rappresentare il futuro di un'azienda agricola, di un allevatore, di una famiglia o di un giovane imprenditore. Può produrre alimenti, custodire fertilità, sostenere attività locali e contribuire all'equilibrio del paesaggio.
Quando un territorio viene trasformato per ospitare un grande impianto energetico, bisogna valutare le conseguenze sulla sua disponibilità e sulle possibilità di utilizzo futuro. Non ogni intervento produce un danno irreversibile, ma questo non significa che trasformazioni di decine di ettari siano automaticamente prive di impatto.
Il suolo ha una propria struttura, una propria biodiversità, una funzione idrologica e un valore produttivo. E soprattutto non è una risorsa infinita. Una volta che abbiamo destinato grandi superfici alle infrastrutture energetiche, quale spazio rimane per le altre attività economiche? Vogliamo davvero trasformare la nostra Isola in un territorio nel quale l'uso energetico della terra diventa più conveniente della sua coltivazione? E se questo accade, chi protegge la nostra capacità futura di produrre cibo e costruire imprese agricole indipendenti?
A dimostrare quanto il problema sia attuale non bastano i miei ricordi. Esistono dati istituzionali. Secondo il rapporto ISPRA sul consumo di suolo pubblicato nel 2025, nel solo 2024 in Italia sono stati rilevati oltre 1.700 ettari di nuovo consumo di suolo associato agli impianti fotovoltaici a terra, nel 2023 erano stati circa 420. Una crescita superiore a quattro volte. E soprattutto, circa l'80% delle superfici interessate dai nuovi impianti fotovoltaici a terra risultava precedentemente utilizzato per finalità agricole. La Sardegna, con circa 293 ettari nel solo 2024, risultava la seconda regione italiana per nuova superficie di suolo interessata da questa tipologia di impianti, dopo il Lazio. Questi numeri riguardano il fotovoltaico a terra, una categoria diversa dalle serre fotovoltaiche di Su Scioffu, ma rendono evidente la pressione crescente sul territorio, 293 ettari equivalgono a quasi tre milioni di metri quadrati in un solo anno. È questo il modello di transizione ecologica che vogliamo consegnare alle prossime generazioni? Non possiamo continuare a considerare la terra una risorsa sacrificabile ogni volta che qualcuno presenta un investimento accompagnato dalla parola sostenibilità. Una transizione che produce energia rinnovabile ma non considera adeguatamente il valore del suolo rischia di risolvere un problema ambientale aggravandone un altro.
Un'altra questione riguarda la destinazione dell'energia e il beneficio per chi vive sul territorio. Un grande impianto può generare quantità importanti di elettricità, ma questo non significa automaticamente che famiglie e aziende residenti nelle vicinanze paghino bollette più basse. La produzione viene immessa nella rete elettrica e commercializzata attraverso un sistema regolato da meccanismi nazionali e di mercato. Nel 2024 uno studio della CNA Sardegna mise in guardia da un possibile squilibrio, se tutte le richieste di connessione allora presentate si fossero trasformate in impianti effettivi, la produzione rinnovabile teorica avrebbe potuto raggiungere quasi dodici volte il consumo elettrico annuo dell'Isola. Naturalmente si trattava di uno scenario ipotetico, non di impianti già autorizzati o costruiti. Ma la domanda politica ed economica resta attualissima. Perché dovremmo impegnare porzioni sempre maggiori di territorio senza pretendere garanzie precise sui vantaggi che rimarranno ai cittadini sardi? Non basta rispondere che l'energia serve all'Italia o che il progetto contribuisce agli obiettivi climatici. La transizione energetica è necessaria, ma deve essere organizzata in modo equo. Sarebbe profondamente ingiusto pretendere che una comunità sopporti i costi territoriali mentre i benefici economici maggiori vengono concentrati altrove.
Per troppo tempo ci è stato fatto credere che bastasse chiamare un progetto verde per renderlo automaticamente giusto, ma la sostenibilità non può essere soltanto una caratteristica tecnica dell'energia prodotta, deve riguardare anche il territorio, il lavoro, la proprietà delle infrastrutture, la distribuzione dei benefici e il futuro delle comunità. Il sole della Sardegna appartiene al nostro patrimonio naturale, la terra è il risultato di secoli di equilibrio tra ambiente, agricoltura e attività umane. Il vento attraversa i nostri territori da sempre. Sono risorse straordinarie. Ma essere ricchi di risorse non significa dover accettare qualunque progetto che qualcuno decida di realizzare per sfruttarle economicamente. La Sardegna non deve diventare un'immensa piattaforma di produzione energetica al servizio di interessi sui quali i sardi hanno poco potere decisionale, e soprattutto non dobbiamo ripetere gli errori di un modello economico già conosciuto, grandi investimenti, grandi promesse, grandi trasformazioni territoriali e benefici locali che troppo spesso restano difficili da misurare. Abbiamo già conosciuto il peso delle attività industriali che hanno trasformato intere aree della nostra Isola, abbiamo visto comunità legare il proprio futuro a decisioni prese lontano dai loro territori, abbiamo visto quanto possa essere fragile un'economia che dipende da pochi grandi soggetti esterni. Per questo considero pericoloso sostituire una dipendenza con un'altra, limitandoci a cambiare la tecnologia e il colore della comunicazione. Non abbiamo bisogno di passare dal vecchio sfruttamento industriale a una nuova dipendenza energetica verniciata di verde.
Oggi ripenso spesso a quel giovane lavoratore che, a Villasor, attraversava un cantiere immenso senza immaginare quanto quell'esperienza avrebbe influito sulla sua visione del futuro. Non rinnego quel lavoro. Non rinnego le persone che lavoravano accanto a me, né l'impegno delle imprese che parteciparono alla costruzione. Anzi, proprio perché conosco il sacrificio di chi lavora, considero ancora più importante difendere un modello economico capace di offrire qualcosa di più di un contratto temporaneo. Con il tempo ho compreso che esiste una differenza fondamentale tra costruire un impianto e costruire sviluppo, tra produrre energia e produrre benessere, tra attirare capitali e creare ricchezza per una comunità e tra utilizzare una terra e farla prosperare. Ed è questa la lezione che porto con me da Su Scioffu, non sostengo che quell'impianto non abbia prodotto alcun beneficio. Sostengo una cosa diversa, molto più importante, nessuna infrastruttura dovrebbe essere celebrata come un successo per la Sardegna senza un bilancio rigoroso dei benefici che ha realmente lasciato alla Sardegna. Oggi, mentre nuovi progetti fotovoltaici, agrivoltaici ed eolici continuano a essere proposti in tutta l'Isola, non possiamo permetterci di affrontare il futuro con la stessa ingenuità. Perché un territorio consumato non si recupera con un comunicato stampa. Un'azienda agricola che rinuncia a crescere non viene sostituita automaticamente da un impianto energetico. E una comunità che perde il controllo delle proprie risorse rischia di perdere anche la capacità di decidere il proprio futuro. La Sardegna non è una terra vuota, non è una superficie da occupare, non è una riserva di sole, vento e terreni a disposizione di chi offre di più, la Sardegna È LA NOSTRA CASA. È il patrimonio che abbiamo ricevuto e quello che abbiamo il dovere di lasciare alle generazioni future. Quindici anni fa vidi distese immense di terra trasformarsi davanti ai miei occhi, oggi non voglio assistere in silenzio alla ripetizione di quello stesso modello, su una scala ancora più grande. Non chiamatelo progresso se a prosperare sono soprattutto gli investimenti e non le comunità. Non chiamatelo sviluppo se il territorio diventa una risorsa da sfruttare anziché una ricchezza da custodire, e soprattutto, non chiamatelo green se per rendere verde un bilancio energetico dimentichiamo il valore della terra che stiamo trasformando. La Sardegna merita una vera transizione ecologica, non una nuova colonizzazione economica dipinta di verde.

